In un articolo pubblicato Orvieto News del 29 giugno 2012, Vittorio Sgarbi commenta  “Spoleto Arte”, rassegna  inaugurata sabato 30 giugno  a Palazzo Racani Arroni con le mostre di Gillo Dorfles, Gaetano Pesce, Patrizio Mugnaini, Fausto Pirandello, Franco Vitelli, Piermaria Leandro Romani, Michail Misha Dolgopolov e Maria Savino. Nell’ultima parte dell’articolo presenta un artista della nostra zona, precisamente di Sezze, che viene definito come l’erede dei Cosmati. Così, l’illustre critico d’arte ha modo di accennare Cosmati in questo modo:

“Chiude la serie delle singolari personalità presenti a Spoleto Franco Vitelli, di età incerta, benché se ne hanno notizie fra il 1082 e il 1136. Egli è l’ultimo dei Cosmati che, nelle chiese romane, hanno composto con gusto classico e fantasie orientali, tappeti di pietra, in mirabili intarsi geometrici, che sfidano il tempo. E non soltanto per la eletta misura formale ma anche perché, come per nessuna esperienza creativa, essi sono fuori dal tempo, in un tempo fermo, che per mille anni, come per altri mille, non evolve in forme nuove. Magister Vitellius agisce così come il lapicida che fu nel XII secolo. E non produce l’illusione ma la realtà dell’antico in pavimenti, come tappeti, che sono il corrispondente a terra dei mosaici alle pareti. Non vetri dipinti ma pietre antiche di un Roma che non muore mai, la Roma antica che continua a vivere nella civiltà cristiana, tra Medioevo e Rinascimento, ed è viva anche oggi. Così l’ultimo dei Cosmati non restaura ma inventa: egli posa frammenti di marmo derivati da lapidi e colonne di recupero. Guidato dal magistero di Raniero Gnoli e di Dario del Bufalo, Magister Vitelius ritrova l’ordine perduto come un istinto, coltivato con approfondimento, cultura e studio. Nei Cosmati ha al suo archetipo l’arte astratta, in perfette geometrie, in una armonia dell’antico che si propone non con figure, santi e madonne come nei mosaici, ma si compone in coordinate geometrie. Dunque l’arte astratta nasce tra il XI e XII secolo e continua a riprodursi fino a diventare contemporanea, in uno spazio senza tempo, che è anche il nostro tempo. L’arte è contemporanea”.

Se si fosse trattato di un giornalista, l’avrei anche giustificato, ma Sgarbi che strafalciona due, tre volte sui Cosmati in due righe non è da lui. E ciò può spiegarsi solo con la scarsa conoscenza dell’argomento. Sarà la fretta di scrivere, ma oltre al quadro narrativo, acquerellato a toni anche troppo accesi, Sgarbi offre una piccolissima panoramica sui Cosmati che finisce per confondere peggio chi non ne sa nulla. Così, l’ultimo dei Cosmati non è certo il Vitellius che si vuol far credere nell’articolo, perchè i Cosmati sono da identificarsi esclusivamente con la bottega di Lorenzo di Tebaldo che inizia con il capostipite Tebaldo nel 1100 e termina con Luca e Iacopo alter, figli del ben noto Cosma, non più tardi del 1250, epoca dal quale non si sa più nulla di quegli artisti. E non è vero che essi  “hanno composto con gusto classico e fantasie orientali, tappeti di pietra“, perchè le fantasie orientali sono attribuite a scuole diverse, mentre la componente classica locale è propria dei Cosmati. E non è vero che tali mirabili intarsi geometrici “sfidano il tempo“, perchè essi sono stati tutti, o quasi tutti, smantellati e ricostruiti a pezzi più o meno grandi, o totalmente nuovi, con un relativo riuso del materiale originale. Magister Vitellius, come si fa chiamare lo scalpellino di Sezze che viene paragonato ai Cosmati, non opera certo al modo dei Cosmati, per tante ragioni facilmente immaginabili (tecnica, conoscenza, tecnologia diversa, materiali diversi, spirito diverso, committenze molto diverse…) limitandosi comunque a copiare e non a creare. Ma Sgarbi raggiunge il massimo quando scrive “pavimenti, come tappeti, che sono il corrispondente a terra dei mosaici alle pareti” come fossero la stessa cosa e sullo stesso piano. Magister Vitellius viene definito da Sgarbi come “l’ultimo dei Cosmati”, un pò come “l’ultimo dei Mohicani”, ma purtroppo così non è. L’ultimo dei Cosmati fu Luca o forse Iacopo, attorno al 1250. Il resto è il dopo-Cosmati e… a ognuno il suo posto e al suo tempo.

(segue un aggiornamento del 12 agosto 2014)

Detto questo, è d’obbligo dire due parole sul pregevole lavoro di imitazione artistica di plutei e lastre cosmatesche, svolto da un artigiano del marmo, Franco Vitelli di Sezze che nell’articolo sopra citato diventa il Magister Vitellius di cui si è parlato. L’ho conosciuto di persona ed è un affabile maestro marmoraro, moderno ovviamente, ma che vive con gran spirito di ripresa ed una accesa passione per quel mondo simbolico scritto con punta di scalpello sugli antichi marmi che è l’arte cosmatesca. I suoi lavori sono pregevoli e forse unici in Italia, o forse nel mondo, anche se un artigianato del genere si sta velocemente sviluppando alla pari anche nel campo dell’industria tessile, come del legno. Ho visto i suoi plutei da vicino e posso assicurare che si tratta di lavori di riproduzione meticolosi, precisi con una tecnica di riproduzione ammirabile. Riuscirebbe ad ingannare qualsiasi esperto, come anch’io per qualche istante e da qualche metro, ho pensato che fossero degli “originali”. Originali, ecco, è proprio questo il punto. Si, perché Franco riproduce in modo mirabilmente perfetto ciò che gli altri credono essere opere originali dei Cosmati. Mi spiego. Come sta risultando dai miei numerosi studi, di lavori pavimentali originali cosmateschi è rimasto ben poco, quasi nulla. Al contrario, quasi tutto ciò che di pavimentale cosmatesco oggi si vede nelle chiese di Roma e del Lazio, non è altro che il risultato di infiniti rifacimenti, manomissioni e restauri la maggior parte dei quali avvenuti a seguito della controriforma gregoriana iniziata nel 1575. Così, come spiegavo di persona a Franco il quale è un artista che sa ascoltare tutto e tutti e sa intendere ogni spiegazione possibile, le sue opere sono mirabili riproduzioni di “falsi” cosmateschi, cioè di lavori che rappresentano il risultato proprio di quella interminabile serie di restauri e rifacimenti occorsi tra il XVI e il XIX secolo. Nulla a togliere quindi alla grande mano di scalpellino di Franco, ma è bene, per la ricerca della verità, considerare che tali lavori riproducono non opere originali dei Cosmati, ma quelle oggi ancora in linea generale si è creduto essere originali dei marmorari romani ed invece sono il risultato dei rifacimenti rinascimentali e barocchi. Un grande plauso comunque al maestro Vitellius che mirabilmente riproduce con grande attenzione e perizia tecnica tali lavori.

 

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